Capita a tutti, prima o poi. Il cuore che accelera senza motivo, il respiro che si fa corto, quella sensazione di allarme che sale anche quando, razionalmente, sappiamo che non c’è nessun pericolo reale. L’ansia bussa alla porta. E spesso, più che il disagio in sé, ciò che ci spaventa è non capire cosa ci stia succedendo.

L’ansia non è la nemica

Partiamo da un punto che, in oltre quarant’anni di lavoro, ho visto liberare molte persone: l’ansia, di per sé, non è una malattia. È una funzione naturale e perfino utile. È il sistema d’allarme che la nostra mente e il nostro corpo hanno sviluppato per proteggerci. Quando percepiamo una minaccia, l’ansia ci prepara a reagire: il cuore pompa più sangue, i sensi si affinano, l’attenzione si concentra. Senza una certa dose di ansia non studieremmo per un esame, non guarderemmo prima di attraversare la strada, non ci prenderemmo cura di ciò che amiamo.

Il problema nasce quando questo sistema d’allarme si accende troppo spesso, troppo intensamente, o di fronte a situazioni che minacce reali non sono. È allora che l’ansia smette di servirci e comincia a governarci.

Quando l’ansia diventa un peso

Come distinguere un’ansia sana da una che merita attenzione? Non esiste una linea netta, ma alcuni segnali aiutano a orientarsi. Vale la pena fermarsi a riflettere quando l’ansia diventa quasi costante e fatica a placarsi; quando è sproporzionata rispetto alla situazione che la scatena; quando ci impedisce di fare cose che vorremmo o dovremmo fare, restringendo a poco a poco la nostra vita; e quando si accompagna a sintomi fisici persistenti come insonnia, tensione muscolare, disturbi digestivi o quella stanchezza che il riposo non sembra mai sciogliere.

Quando l’ansia assume questi tratti, non è un segno di debolezza né di scarsa fede. È semplicemente un messaggio: qualcosa, dentro di noi o intorno a noi, chiede di essere ascoltato e curato.

Sfatiamo qualche luogo comune

Intorno all’ansia circolano molte idee fuorvianti. La prima è che basti “farsi forza” per superarla: chi soffre d’ansia non ha bisogno di sentirsi dire che dovrebbe semplicemente smettere di preoccuparsi, perché se potesse lo avrebbe già fatto. La seconda è che chiedere aiuto significhi aver fallito; in realtà rivolgersi a un professionista è un atto di responsabilità verso sé stessi, non una resa. La terza, particolarmente diffusa tra le persone di fede, è che l’ansia sia un problema solo spirituale, da risolvere unicamente con la preghiera. La fede è una risorsa preziosa, ma riconoscere il valore di un percorso psicologico o, quando serve, di un sostegno farmacologico non toglie nulla alla dimensione spirituale: anzi, può camminarle accanto.

Capirla senza esserne governati

La buona notizia è che con l’ansia si può imparare a convivere, e in molti casi a stare davvero meglio. Il primo passo è quasi sempre dare un nome a ciò che sentiamo: riconoscere “questa è ansia” sottrae al disagio una parte del suo potere, perché ci ricorda che si tratta di un’emozione, non di una sentenza. Aiutano poi le piccole abitudini che riportano il corpo alla calma: un respiro lento e profondo, un po’ di movimento, il rispetto del sonno, la cura di ritmi che non siano solo affanno. E aiuta non restare soli: parlarne con qualcuno di cui ci fidiamo, che sia una persona cara, un professionista o, per chi vive una dimensione di fede, una comunità che sostiene.

Personalmente, in questo territorio di confine tra psichiatria, psicoterapia e fede dove mi muovo da una vita, ho imparato che la cura più profonda nasce quando non costringiamo la persona a scegliere tra le sue risorse. La mente, il corpo e lo spirito non sono compartimenti separati: sono i volti di un’unica persona. E prendersene cura insieme, senza opporli, è spesso la strada che restituisce respiro.

L’ansia, allora, può tornare a essere ciò che era nata per essere: non un padrone che decide al posto nostro, ma un ospite di passaggio. Possiamo aprirle la porta, ascoltare il suo messaggio, e poi accompagnarla con gentilezza verso l’uscita.


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