Una lettura bio-psico-spirituale della cura della persona
Da oltre quarant’anni mi trovo a operare in un territorio di confine: quello che separa — e spesso unisce — la psichiatria, la psicoterapia e la fede evangelica. Ho incontrato pazienti che portavano il loro dolore su più livelli contemporaneamente: nel corpo, nella mente e nell’anima. E ho imparato, con il tempo, che ignorare uno di questi livelli significa non curare davvero la persona.
«L’essere umano non è un’equazione a una sola variabile. È corpo, psiche e spirito in relazione continua.»
Il pregiudizio reciproco
Per molto tempo medicina e fede hanno vissuto di diffidenze reciproche. Da un lato, una certa mentalità scientifica ha trattato la dimensione spirituale come una variabile irrilevante o addirittura come un ostacolo al pensiero critico. Dall’altro, alcune comunità di fede hanno guardato con sospetto alla psichiatria, temendo che la spiegazione psicologica del comportamento umano annullasse la responsabilità morale o sminuisse il valore della preghiera.
Entrambe le posizioni, portate agli estremi, impoveriscono chi soffre. Il paziente che arriva in studio non è un caso clinico da etichettare né un’anima da salvare in senso astratto: è una persona intera, con una storia, relazioni, credenze e speranze che plasmano il modo in cui vive il suo disagio.
Il modello bio-psico-spirituale
Il modello bio-psico-sociale, introdotto da Engel negli anni Settanta, ha rappresentato un passo importante rispetto al riduzionismo biomedico. Ma nella mia esperienza clinica e pastorale ho sentito il bisogno di andare oltre: aggiungere la dimensione spirituale non come opzione facoltativa, ma come componente strutturale della comprensione della persona.
Questo non significa proporre la fede come terapia, né ridurre la fede a una tecnica di benessere. Significa riconoscere che per molte persone il senso dell’esistenza, la percezione di essere amati incondizionatamente, la capacità di perdonare e di essere perdonati, il rapporto con Dio e con la comunità di fede sono risorse reali — a volte le più potenti — nel percorso di guarigione.
«Per molte persone la fede non è un optional: è il centro da cui tutto prende senso. Ignorarla in terapia significa parlare di un uomo diverso da quello che siede davanti a noi.»
Non confondere i piani
Trovare un punto d’incontro non significa mescolare tutto. Vi sono distinzioni importanti da rispettare. La psicoterapia lavora con strumenti propri: l’ascolto empatico, l’interpretazione, la ristrutturazione cognitiva, il lavoro sul transfert, l’elaborazione dei traumi. La fede lavora con altri strumenti: la preghiera, la Parola, la comunità, i sacramenti, la grazia. Non è compito del terapeuta fare il pastore, né del pastore fare il terapeuta.
Tuttavia, il clinico che ha anche una sensibilità spirituale può fare domande che altri non farebbero; può accogliere il racconto di un sogno, di una visione, di un’esperienza mistica senza patologizzarla a priori; può capire quando un senso di colpa è il sintomo di una depressione da trattare farmacologicamente o quando è invece un richiamo di coscienza che merita discernimento spirituale. Questa capacità di orientarsi tra i piani è preziosa e rara.
La guarigione come processo integrale
L’apostolo Paolo, nella sua prima lettera ai Tessalonicesi, augura che Dio santifichi i credenti «completamente» e che «lo spirito, l’anima e il corpo» siano conservati interi (1 Tessalonicesi 5:23). Questa visione triadica dell’essere umano non è un dato secondario: è una cornice antropologica che dovrebbe ispirare ogni approccio alla cura.
Nella mia pratica clinica, questo si traduce concretamente: valuto sempre il substrato biologico del disagio psichico e intervengo con i farmaci quando necessario. Accompagno il paziente nell’esplorazione della sua storia interiore e delle sue dinamiche relazionali. E, quando la persona è aperta a questo, integro gradualmente la dimensione spirituale — non come decorazione devozionale, ma come risorsa terapeutica autentica.
Un invito al dialogo
Medicina e fede non sono nemiche. Possono diventare alleate potenti quando chi le pratica è disposto a uscire dalle proprie fortezze e a mettersi in ascolto dell’altro. I professionisti della salute mentale farebbero bene a interrogarsi sulle credenze spirituali dei loro pazienti. I pastori e i leader religiosi farebbero bene a non sostituirsi ai clinici quando la sofferenza ha radici biologiche o psicologiche che richiedono competenza specialistica.
Il punto d’incontro non è un compromesso al ribasso. È uno spazio più ampio, più umano, dove la persona che soffre può essere finalmente vista e curata nella sua totalità.
Mauro Adragna — Psichiatra, psicoterapeuta e pastore emerito · Palermo

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