C’è un comandamento che spesso leggiamo a metà: “Ama il prossimo tuo come te stesso.” Non è solo un invito a prenderci cura degli altri, ma contiene anche una premessa: per amare qualcuno davvero, dobbiamo prima imparare ad amare noi stessi. Non è egoismo: è la base necessaria di ogni relazione sana e di ogni amore autentico.
Molti credenti confondono l’umiltà con il disprezzo di sé. Pensano che criticarsi continuamente, non perdonarsi mai, guardare solo ai propri difetti sia segno di maturità spirituale. In realtà è l’esatto contrario: un cuore che non si concede misericordia diventa arido e stanco, incapace di donare agli altri ciò che non possiede.
Volersi bene, nel senso cristiano, significa riconoscere che la nostra identità più vera non è definita da ciò che ancora non funziona in noi, ma da ciò che Dio ha già dichiarato su di noi. Siamo figli amati, non un elenco di errori da correggere. Questo non significa ignorare i propri limiti, ma smettere di lasciare che occupino il centro della nostra identità.
La misericordia verso se stessi non è indulgenza verso il male, ma pazienza verso il proprio cammino. È la capacità di dire: “Non sono ancora dove vorrei essere, ma sono comunque amato, sostenuto, in cammino.” È lo stesso sguardo che Dio ha verso di noi: uno sguardo paziente, che rialza invece di condannare.
Chi vive lamentandosi costantemente di sé stesso, delle proprie fragilità, dei propri fallimenti, finisce per esaurire le energie che dovrebbe dedicare agli altri. L’amore per il prossimo nasce da un cuore che ha fatto pace con se stesso, non da un cuore in guerra con le proprie imperfezioni.
Custodire pensieri di grazia verso se stessi non è dunque un lusso secondario, ma un atto di fede: credere che siamo davvero come Dio ci vede, e da lì, finalmente, poter amare gli altri con la stessa misericordia che abbiamo imparato a offrire a noi stessi.
Lascia un commento